NEL DUEMILA… UN UNIVERSO VUOTO?

La Natura è sempre stata madre, e noi i suoi figli irrequieti.

Una madre generosa, ma esigente e temibile, una padrona assoluta che ha sempre esercitato un indiscusso strapotere in famiglia, come ben doveva sentire quel primo uomo che infisse, al centro di un cerchio tracciato sul terreno, il palo di sostegno della sua capanna.

Quel palo era stato un albero flessibile e fruttifero, percorso dalla linfa e abitato dagli uccelli e dagli dei. Da quel momento divenne un simbolo di possesso e di temeraria sfida.

Probabilmente, conscio della gravità del suo gesto, si preoccupò sin da subito di attribuire al palo un significato di “totem” propiziatorio, quasi a chiedere l’amabile consenso materno. Segretamente, però, forse quest’uomo nutriva nell’animo un’incon scia speranza di riscatto, in attesa di una rivalsa che un giorno sarebbe venuta.

Quel giorno, purtroppo, è arrivato.

L’uomo ha rotto gli argini del rispetto filiale, affermando con protervia il suo illusorio dominio sul Regno Naturale.

Illusorio, perché oggi si ritrova solo con le sue paure, le sue incertezze, le sue angosce.

Solo, in un mondo tecnologicamente perfetto.

Di qui, poco a poco, quasi impercettibilmente, un profondo processo di trasformazione dell’ambiente.

Linarrestabile sviluppo industriale e scientifico ne ha modificato la struttura.

La sua intelligenza lo ha portato a tutto questo.

Pertanto, il conseguenziale problema ecologico, di difficile soluzione, che lo assilla da anni, è il motivo centrale dei suoi studi. In base a questi cerca e cercherà di elaborare e di applicare una serie di misure capaci di limitare, ma non di annullare, i danni provocati all’ambiente da un’attività produttiva che, fino a poco tempo fa, era sentita così “naturale” da non porsi neppure il problema dei suoi effetti sulla natura.

Le risorse di quest’ultima gli sembravano inesauribili.

Ma ora si rende conto che così non è e l’unica via di scampo gli sembra, per l’appunto, quella di “sottomettere” la natura stessa mediante un’azione tecnologica.

La staticità delle società tradizionali viene così ad essere sopraffatta dalla dinamicità di tale azione e ridotta a mera impronta del passato. Sente che egli, proiettato nel Duemila, dovrà essere dotato di un’autonomia e di una libertà portate ad un limite estremo: entrambe rischiano di autodissolversi nichilisticamente.

La cultura del secolo non l’aiuta in tal senso, anzi annulla i vincoli comunitari che nella religione avevano la loro più coerente espressione e non pone nessun freno a questo problema.

Il dilemma amletico, ora, riguarda lui, l’uomo in quanto tale: “essere o non essere?”, ma anche: “come essere?”.

Come essere in un mondo dove incertezze soffocanti chiudono prospettive che sembravano senza fine, dove dubbi che non hanno e non possono avere risposta subiscono deliranti amplificazioni.

La Natura, ora matrigna, riprende il suo scettro e ridimensiona l’uomo nel suo ruolo di figlio pentito per aver osato tanto ed ansioso di porre riparo ai danni provocati dal suo illusorio dominio su di essa.

Ci riuscirà?

Ritroverà il verde dei prati, l’azzurro del cielo, il profumo dell’aria, la limpidezza delle acque, l’ubertosa ricchezza dei monti, oppure, con addosso l’eterna bisaccia delle sue quotidiane fatiche, si ritroverà solo e stanco in un universo vuoto?