Non credo al destino se non come somma dei nostri atti, il risultato di tutta una serie di scelte.
Eppure se a volte, con l’intento di scrollarmi di dosso responsabilità ed arbitrii, penso ad esso; lo vedo, allora, come l’artefice unico dei miei errori e delle mie tante sconfitte.
Lo realizzo immaginandolo come fosse un omettino vestito di nero, gentile, distratto da ciò che con attenzione osserva, di poche parole.
Uno di quegli omettini che in un salotto pieno di voci assordanti, nello scompartimento di un treno che sferraglia sulle rotaie, su una spiaggia affollata di gente accaldata, si mettono da parte e stanno a guardare…
Gli altri si agitano, discutono, litigano a imporre le loro opinioni, difendono i loro averi, smaniano per farsi largo. S’illudono, poverini, di essere invincibili, insostituibili ed anche … immortali.
Egli è lì che osserva e sbadiglia di noia: da milioni di anni, ascolta sempre le stesse cose!
Giocherella con il pomo d’avorio del suo bastoncino.
All’improvviso si muove e va diritto verso uno di coloro che si agitano maggiormente, che si sentono più solidi, più sicuri.
Alza un dito e lo tocca con il suo delicato bastoncino. Dice:” scusi, vuol venire con me?”
L’uomo, così grande e grosso, perde il suo vocione, impallidisce, tenta di balbettare qualcosa, ma alla fine si rassegna e avvilito lo segue.
Gli altri nel salotto, in treno, sulla spiaggia continuano inconsapevoli il loro frenetico agitarsi.